C'è una domanda che nessun capitolo del libro affronta di petto: cosa aggiungo adesso? Si risponde smettendo di pensare in tracce e cominciando a pensare in posti. Lo spettro udibile contiene 41 bande critiche, distribuite in modo molto disomogeneo: tre in tutto il grave, dieci fra 2 e 6 kHz. Ogni elemento ne occupa alcune, e quando i posti finiscono non si aggiunge più niente — si sostituisce. Questa è orchestrazione, e vale per la techno esattamente come per un'orchestra.
Prerequisiti: Cap. 2 (banda critica) · Cap. 14 (quanti elementi) · Cap. 22 (mix) · Compl. 9 (fare spazio) · Compl. 10 (curva).
Approfondimento: Compl. 19 — Smontare un pezzo: le sette misure e il protocollo per capire cosa fa funzionare un brano.
Approfondimento: Compl. 15 — L'energia: le tre leve con cui un pezzo cresce e si svuota, e perché aggiungere sempre non funziona.
Approfondimento: Compl. 14 — Quando niente funziona: i cinque livelli di un problema e come riconoscere quello giusto.
Le bande critiche non sono distribuite equamente: in basso sono larghissime in proporzione, in alto strettissime. Contarle dice quanti elementi lo spettro può ospitare davvero — ed è un numero molto più piccolo di quanto sembri guardando un elenco di tracce.
Ogni elemento occupa più di una zona, perché ha una fondamentale e delle armoniche. Ecco chi sta dove in un pezzo tipico.
Non «cosa manca?» ma «quale posto è libero?». Se stai per aggiungere un elemento e la sua zona è già piena, hai tre strade e vanno provate in quest'ordine: 1) farlo suonare quando gli altri tacciono (posto raddoppiato nel tempo), 2) spostarlo di ottava in una zona meno affollata, 3) togliere qualcos'altro. La quarta strada — aggiungerlo comunque ed equalizzare tutto dopo — è quella che quasi tutti prendono, ed è la ragione per cui i mix pieni suonano piccoli.
Lo spettro ha 41 posti, e l'orecchio non ne concede di più. Arrangiare non è decidere cosa aggiungere: è decidere chi occupa cosa, e quando.
No, se non suonano insieme. Il limite dei 13–19 riguarda gli elementi simultanei, non quelli presenti. Un pezzo può averne quaranta distribuiti lungo l'arrangiamento e restare limpido; un altro con dodici tutti sovrapposti nella stessa sezione può impastarsi. Conta la colonna, non l'elenco.
Perché la risoluzione dell'orecchio è fissa: 41 bande. Ogni elemento in più costringe i vicini a condividere una banda, e ognuno diventa meno riconoscibile. Il mix misura più forte — c'è più energia — e si sente più piccolo, perché nessun suono ha lo spazio per esistere. È il paradosso che spiega perché la techno minimale suona enorme su un impianto grande.
Con un analizzatore, in solo, guardando dove sta l'energia e non dove sta la fondamentale: un rullante ha la fondamentale a 200 Hz ma occupa fino a 6 kHz. In alternativa, il metodo veloce: passa un passa-alto lungo tutto lo spettro e senti a quali frequenze il suono perde qualcosa di riconoscibile. Quelle sono le sue zone.
Sì, ed è la ragione per cui è l'elemento più difficile da far convivere: grave per la fondamentale, medio-basso per il corpo, acuto per il click. Un kick occupa da solo tre dei cinque territori, e in due di questi ha dei concorrenti. Ecco perché il libro dice di deciderlo per primo: tutto il resto si arrangia attorno a lui.
Il conteggio delle bande sì — è anatomia dell'orecchio, non stile. Cambia la distribuzione: un pezzo orchestrale usa moltissimo il medio, dove la techno spesso scava; il jazz usa il medio-alto per gli strumenti a fiato dove la techno mette le percussioni. Ma il tetto dei 13–19 simultanei non si sposta, ed è il motivo per cui anche un'orchestra da ottanta elementi suona in sezioni che raddoppiano le stesse linee invece di suonarne ottanta diverse.
• Lo spettro ha 41 bande critiche, distribuite in modo disomogeneo: 3 nel grave, 10 fra 2 e 6 kHz.
• 13–19 elementi simultanei è il tetto oltre cui si perde leggibilità.
• Un elemento occupa più zone: il kick da solo ne occupa tre.
• I posti si raddoppiano nel tempo: due elementi che si alternano ne occupano uno.
• Prima di aggiungere: alternare, spostare di ottava, togliere. In quest'ordine.
• Pieno e grande sono spesso opposti.
Uno: compila la mappa dei posti per il tuo pezzo e trova la zona satura. Due: fai la prova del togliere su ogni elemento di quella zona, a volume pari. Tre: prendi l'elemento meno necessario e prova a farlo alternare con un altro invece di sovrapporlo. Quattro: conta i simultanei nel punto più denso e confrontali col numero della tabella.
…davanti alla domanda «cosa aggiungo?» la tua prima mossa è guardare quale zona è libera, e se non ce n'è, chiederti chi deve uscire. Da quel momento non arrangi più per accumulo: arrangi per occupazione, che è ciò che distingue un pezzo costruito da uno cresciuto per stratificazione.
C'è un modo di leggere questo capitolo che lo rende meno un vincolo e più uno strumento: i posti liberi sono inviti. Se guardi la mappa del tuo pezzo e vedi che il medio fra 500 e 2000 Hz è completamente vuoto, quella non è una mancanza da riempire — è una decisione già presa, ed è probabilmente ciò che dà al tuo pezzo il suo carattere scavato. Ma è anche il posto dove, se un giorno vorrai, potrai mettere qualcosa che nessun altro elemento contende: uno strumento che in quella zona è solo, e che per questo si sentirà enorme senza dover alzare un fader. I produttori che riconosci al primo ascolto quasi sempre fanno una cosa sola di diverso: hanno lasciato vuoto un posto che tutti gli altri riempiono, e ne hanno occupato uno che nessuno usa.