C'è un modo di bilanciare un mix che non passa dalle orecchie: si mette un rumore rosa come metro e si porta ogni elemento fino a quando scompare dentro di esso. In dieci minuti hai un bilanciamento che di solito è più equilibrato di quello che avresti fatto in un'ora. Ma la parte interessante viene dopo: la curva si può modificare — e una curva tua, usata su tutte le tue tracce, è insieme uno strumento tecnico e una firma. Qui c'è la matematica, il metodo, e il punto in cui la tecnica finisce e comincia il gusto.
Prerequisiti: Cap. 2 (banda critica) · Cap. 3 (decibel) · Cap. 22 (mix) · App. A (mappa delle frequenze) · App. F (protocollo del confronto).
Approfondimento: Compl. 19 — Smontare un pezzo: le sette misure e il protocollo per capire cosa fa funzionare un brano.
Approfondimento: Compl. 11 — Il movimento: perché LFO, tremolo, ruvidezza e timbro sono la stessa cosa a velocità diverse.
Il rumore bianco ha energia costante per ogni hertz; il rosa ha energia costante per ogni ottava. Sembra una differenza tecnica: è la differenza fra un riferimento inutile e uno utilizzabile.
Metti un generatore di rumore rosa su una traccia, a −20 dBFS RMS circa. È un livello comodo: abbastanza alto da mascherare, abbastanza basso da lasciare margine.
Abbassa a zero tutti i fader del pezzo. Si parte dal silenzio, non da quello che avevi.
Metti in solo il rumore più un elemento. Alza il fader di quell'elemento finché smette di distinguersi dal rumore: il punto in cui si fondono, non quello in cui lo supera.
Ripeti per ogni elemento, sempre uno alla volta col rumore. Non ascoltare mai due elementi insieme in questa fase.
Togli il rumore e ascolta il risultato. Nella maggior parte dei casi è già un bilanciamento sensato — a volte migliore di quello che avresti fatto a orecchio.
Correggi i ruoli: il metodo tratta tutti gli elementi come uguali, ma non lo sono. Alza il kick e il basso di 2–4 dB, abbassa le texture di altrettanto. Da qui in poi si lavora normalmente.
Qui il metodo smette di essere una tecnica e diventa una scelta. Il rosa puro pende di −3 dB per ottava, ma nessun genere suona come il rumore rosa: la musica da club ha più peso in basso, il pop più aria in alto. Inclinare la curva significa costruirsi un riferimento che somiglia alla musica che vuoi fare.
Scegli cinque-dieci brani che rappresentano dove vuoi arrivare. Non i tuoi preferiti in assoluto: quelli che suonano come vorresti suonare tu.
Analizza lo spettro medio di ciascuno su una sezione piena — 30–60 secondi del punto più denso, non l'intro.
Media le curve. Le differenze fra brani si annullano, quello che resta è la forma comune del genere e del tuo gusto.
Confronta la media col rosa puro: la differenza è la tua inclinazione. Annotala in dB per ottava, e annota anche le due o tre gobbe caratteristiche — quasi tutti i generi ne hanno.
Usa quella curva come riferimento al posto del rosa puro. Da quel momento tutte le tue tracce condividono una distribuzione spettrale coerente, che è metà di ciò che si sente come «suono di un artista».
Due tracce dello stesso artista che hanno bilanciamenti spettrali diversi suonano come due artisti diversi, anche se sono entrambe fatte bene. Un DJ che le mette una dopo l'altra deve correggere l'equalizzatore in mezzo; un ascoltatore che le sente in sequenza percepisce uno scarto senza saperlo spiegare. La curva personale risolve questo — e risolve anche il problema opposto, quello di ripartire ogni volta da zero senza sapere dove si va.
Vale la pena dirlo chiaramente, perché è il punto in cui i manuali diventano disonesti in entrambe le direzioni — o fingono che tutto sia misurabile, o si rifugiano nel «dipende».
La tecnica ti dice cosa non puoi fare. Il gusto decide tutto il resto — ma un gusto che non conosce i limiti non è gusto: è casualità.
Lo renderebbe se lo usassi come verdetto. Usato come punto di partenza no, perché tutto ciò che rende un mix personale — i ruoli, la dinamica, lo spazio, le relazioni di fase — viene dopo, e il rosa non lo tocca. Ed è proprio per evitare l'uniformità che esiste la curva personale: sposta il punto di partenza da «neutro» a «tuo».
Attorno a −20 dBFS RMS. Il valore esatto conta poco, purché resti lo stesso per tutti gli elementi e per tutte le sessioni: è un metro, e un metro che cambia lunghezza non serve. Tieni il volume d'ascolto a quello di sempre (80–85 dB SPL, App. F), altrimenti le curve isofoniche ti fanno bilanciare diversamente ogni volta.
Il punto giusto è quello in cui smetti di poterlo seguire come evento separato: lo senti presente ma non lo isoli. Se lo distingui chiaramente è troppo alto, se sparisce del tutto è troppo basso. Con i suoni percussivi è più difficile perché i transienti bucano il rumore: per quelli affidati al corpo, non all'attacco.
Sì, ma in un altro modo: lì non bilanci elementi, confronti la curva del tuo master con quella media delle reference. Le differenze grosse — più di 3 dB in una banda larga — sono quasi sempre problemi reali; quelle sotto i 2 dB sono carattere, e vanno lasciate stare. È il modo più rapido per capire se il tuo pezzo suonerà «piccolo» accanto agli altri.
Dipende da dove sono. Una gobba fra 200 e 500 Hz è quasi sempre fango, e va tolta. Una attorno ai 60–80 Hz in un pezzo da club è la firma del genere, non un difetto. Una fra 2 e 5 kHz può essere presenza voluta o durezza da correggere: quella si giudica solo ascoltando a lungo, perché è la zona in cui l'orecchio è più sensibile e si affatica.
• Il rosa ha energia uguale per ottava, ed è per questo che serve come metro.
• −3 dB per ottava è il neutro; la techno da club sta attorno a −4.
• Un elemento è a posto quando smetti di poterlo seguire dentro il rumore.
• Il metodo non vede dinamica, ruoli, fase e mascheramento nel tempo.
• Una curva personale dà coerenza fra le tracce, che è metà del «suono di un artista».
• La tecnica dice cosa non puoi fare; il gusto decide il resto — ma solo dentro quei limiti.
Uno: bilancia un tuo loop col rumore rosa partendo da fader a zero, e confronta col bilanciamento che avevi. Due: annota di quanti dB hai dovuto correggere ogni elemento dopo: quella lista è il tuo gusto, misurato. Tre: analizza cinque reference e ricava la tua inclinazione. Quattro: rifai il bilanciamento con la tua curva invece del rosa puro e senti la differenza.
…hai un numero che descrive il tuo gusto — l'inclinazione della tua curva — e le tue ultime tre tracce lo condividono. Da quel momento non parti più da zero a ogni pezzo, e chi ti ascolta in sequenza sente una mano sola.
C'è qualcosa di paradossale nell'idea di misurare il proprio gusto, e vale la pena guardarlo in faccia: sembra il contrario dell'espressione. Ma è vero l'opposto. Finché il gusto resta implicito, cambia a ogni sessione a seconda dell'umore, della stanchezza, del volume a cui hai ascoltato quel giorno — e il risultato non è libertà, è incoerenza. Scriverlo in un numero non lo irrigidisce: lo rende ripetibile, e quindi criticabile, e quindi migliorabile. I produttori riconoscibili non sono quelli che decidono ogni volta da capo: sono quelli che hanno fatto poche scelte forti e le hanno tenute finché sono diventate una firma. La curva è il modo più semplice di cominciare — e il giorno in cui vorrai cambiarla, saprai esattamente di quanto.